Il disagio giovanile e la crescente presenza di ragazzi coinvolti in episodi di violenza, criminalità e fragilità sociale non possono essere affrontati soltanto come un tema di ordine pubblico. A lanciare l’allarme è don Rosario Petrone, cappellano della Casa Circondariale di Salerno Fuorni, che richiama la società a una responsabilità collettiva.
Secondo il sacerdote, dietro molti giovani finiti in carcere ci sono storie segnate da solitudine, povertà educativa, famiglie fragili, dispersione scolastica, dipendenze e assenza di riferimenti adulti credibili.
Il carcere come specchio di una crisi più ampia
Don Rosario Petrone racconta di incontrare ogni giorno ragazzi che non sono nati delinquenti, ma che nel tempo hanno perso il senso del limite, della responsabilità e della speranza.
Per il cappellano, il carcere diventa così lo specchio di una crisi sociale profonda. Quando un giovane arriva dietro le sbarre, spesso è già stato lasciato solo molte volte: dalla scuola, dalle istituzioni, dagli adulti e, talvolta, anche da sé stesso.
“Punire è necessario, ma non basta”
Il sacerdote sottolinea che la pena resta necessaria quando viene infranta la legge, ma da sola non può bastare.
Senza percorsi di recupero umano, educativo e spirituale, la detenzione rischia di diventare un luogo di ulteriore disperazione. Molti giovani detenuti, spiega don Petrone, raccontano di non aver mai incontrato qualcuno disposto ad ascoltarli davvero.
Prevenzione, scuola e formazione
Per il cappellano di Fuorni, la società deve avere il coraggio di investire nella prevenzione, nell’educazione e nella formazione.
Ogni giovane recuperato, afferma, rappresenta una vittoria per tutti. Da qui l’appello a costruire alleanze educative forti tra famiglia, scuola, Chiesa, associazioni e istituzioni.
Il bisogno di adulti credibili
Secondo don Petrone, i giovani non hanno bisogno soltanto di regole, ma anche di adulti capaci di testimoniare senso civico, responsabilità e speranza.
In assenza di punti di riferimento, molti ragazzi cercano appartenenza nei gruppi violenti, nella criminalità o nelle dipendenze. Per questo, il disagio giovanile non può essere ignorato o affrontato solo quando diventa emergenza.
“Nessun ragazzo va definito per sempre dal proprio errore”
Il cappellano ribadisce di credere nella possibilità di riscatto per ogni giovane detenuto.
“Nessun ragazzo debba essere definito per sempre dal proprio errore”, afferma, ricordando che dietro ogni persona reclusa resta viva la possibilità di cambiare strada, se qualcuno è disposto a tendere la mano.
L’appello alla società
Don Rosario Petrone conclude con un monito chiaro: voltare lo sguardo davanti al disagio giovanile significa preparare una società più fragile, impaurita e disumana.
L’allarme, secondo il cappellano, non riguarda solo chi finisce in carcere, ma l’intera comunità, chiamata a scegliere se restare spettatrice indifferente o diventare costruttrice di futuro.

