Svolta nel femminicidio di Giada Zanola, la 33enne morta dopo essere stata spinta da un cavalcavia sull’autostrada A4 dall'ex compagno Andrea Favero: nella serata di ieri, giovedì 14 maggio, l'uomo è stato condannato all'ergastolo. In Aula scoppia in lacrime: "Credo nella giustizia". Dovrà anche risarcire 300mila euro al figlio e altri 150mila euro alla famiglia della vittima.
Durante l’esame del caso, il procuratore aggiunto Paola Mossa aveva richiesto l'aggravante della premeditazione alla presidente Mariella Fino. Tuttavia, la giuria popolare non ha accolto questa richiesta. Nonostante ciò, è stato confermato che Favero ha violentato Giada prima di ucciderla.
In aula, alla lettura della sentenza, Favero è rimasto immobile per alcuni istanti prima di scoppiare in lacrime. Accanto a lui erano presenti i suoi legali, Silvia Masiero e Cesare Vanzetti. Prima che i giudici si ritirassero per deliberare, l’uomo ha affermato: "Credo nella giustizia". Anche il padre di Favero, Claudio, presente nell’aula tribunale, è parso sopraffatto dall’emozione e ha dichiarato: "Credo in mio figlio", mentre veniva consolato dagli avvocati.
La sentenza prevede anche un risarcimento per il figlio di Andrea e Giada, pari a 300 mila euro, e un indennizzo complessivo di 150 mila euro da destinare ai familiari della donna: il padre Gino e i fratelli Federica e Daniel, che si erano costituiti parte civile con l’assistenza della legale Roberta Rinaldi.
Gino Zanola ha accolto con sollievo il verdetto: "È andata bene. Giada ha avuto giustizia. Ora spero che possa riposare in pace". Sua figlia Federica ha aggiunto: "È stata fatta giustizia. Finalmente sappiamo cos’è successo a Giada. Quello che è capitato a mia sorella non dovrebbe mai succedere a nessuno. È stato un periodo difficile per tutti".
La Corte ha anche richiesto la trasmissione degli atti alla Procura nei confronti di Adriana Tommasin, madre di Andrea Favero, accusandola di falsa testimonianza durante il processo.
Secondo l’accusa, Favero avrebbe ucciso Giada dopo che lei, nel marzo del 2024, gli aveva comunicato la decisione di lasciarlo e di annullare le nozze previste per settembre. Si ritiene che l'uomo fosse ancora innamorato di lei e temesse di perdere anche la possibilità di vedere il figlio. Prima di gettarla dal cavalcavia, Favero avrebbe somministrato alla donna una dose di Lormetazepam, un farmaco contro l’insonnia, riducendola in uno stato di incoscienza per poi abusare sessualmente di lei.
Il procuratore Paola Mossa ha spiegato come i flaconi del farmaco siano stati rinvenuti nell’auto, nel camion e nel borsello dell’imputato, fornendo prove importanti per l’impianto accusatorio. Tuttavia, alcuni punti restano controversi.
"Questa accusa non è ancora dimostrata con certezza", ha affermato in aula il legale di Favero, Cesare Vanzetti. Secondo quanto esposto durante la difesa, lo stesso medico legale nominato dalla Procura, Claudio Terranova, avrebbe rilevato benzodiazepine nei capelli e nei liquidi organici della donna senza però poter determinare con certezza se fossero state somministrate in quantità tale da causare grave intossicazione.
In aula, l'accusa ha richiamato l'attenzione sulle confessioni del camionista in merito al delitto. La prima risale al 29 maggio, quando, condotto in Questura davanti agli uomini della Squadra Mobile e all’allora pubblico ministero Giorgio Falcone, confessò di aver commesso l’omicidio. Tuttavia, il 39enne ha sempre sostenuto di essere stato messo sotto pressione e di aver confessato solo per questo motivo. Nonostante ciò, in un secondo momento, avrebbe ripetuto l’ammissione di colpevolezza in carcere, raccontando a un detenuto di aver ucciso Giada gettandola giù da un cavalcavia. Gli avvocati difensori hanno comunque nuovamente contestato questa versione anche durante l'udienza.
Particolarmente d’impatto è stato il richiamo fatto dal procuratore aggiunto a un episodio accaduto durante una festa, in cui Favero avrebbe sollevato una donna più pesante di Giada e l’avrebbe lanciata in piscina. "Giada non si è suicidata: non era una sportiva e non avrebbe potuto scavalcare una barriera alta 70 centimetri – ha dichiarato Mossa – ed è escluso anche un evento accidentale. Giada è stata spinta giù dal cavalcavia da Favero". Su questo punto, però, la difesa ha cercato di minare la ricostruzione dell'accusa. "Giada pesava 65 chili – ha sottolineato l’avvocato Vanzetti – come avrebbe potuto Favero superare la barriera del cavalcavia portando un peso equivalente a sette casse d'acqua? Inoltre, secondo l’accusa, l’avrebbe trascinata anche giù per le scale della casa di Vigonza dal primo piano per caricarla in auto. Si tratta di una tesi che dovrà essere provata. Attendiamo comunque le motivazioni della sentenza, e successivamente presenteremo ricorso in Appello".
Femminicidio Giada Zanola, ergastolo per l'ex compagno Andrea Favero
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2024, Andrea Favero, 39 anni, ha ucciso la sua ex compagna e madre di suo figlio, Giada Zanola, 33 anni, spingendola da un cavalcavia lungo l’autostrada A4. Ieri sera, intorno alle 19 e dopo quattro ore di camera di consiglio, i giudici della Corte d’Assise di Padova hanno condannato il camionista di Vigonza all’ergastolo per omicidio volontario aggravato e violenza sessuale.Durante l’esame del caso, il procuratore aggiunto Paola Mossa aveva richiesto l'aggravante della premeditazione alla presidente Mariella Fino. Tuttavia, la giuria popolare non ha accolto questa richiesta. Nonostante ciò, è stato confermato che Favero ha violentato Giada prima di ucciderla.
In aula, alla lettura della sentenza, Favero è rimasto immobile per alcuni istanti prima di scoppiare in lacrime. Accanto a lui erano presenti i suoi legali, Silvia Masiero e Cesare Vanzetti. Prima che i giudici si ritirassero per deliberare, l’uomo ha affermato: "Credo nella giustizia". Anche il padre di Favero, Claudio, presente nell’aula tribunale, è parso sopraffatto dall’emozione e ha dichiarato: "Credo in mio figlio", mentre veniva consolato dagli avvocati.
La sentenza prevede anche un risarcimento per il figlio di Andrea e Giada, pari a 300 mila euro, e un indennizzo complessivo di 150 mila euro da destinare ai familiari della donna: il padre Gino e i fratelli Federica e Daniel, che si erano costituiti parte civile con l’assistenza della legale Roberta Rinaldi.
Gino Zanola ha accolto con sollievo il verdetto: "È andata bene. Giada ha avuto giustizia. Ora spero che possa riposare in pace". Sua figlia Federica ha aggiunto: "È stata fatta giustizia. Finalmente sappiamo cos’è successo a Giada. Quello che è capitato a mia sorella non dovrebbe mai succedere a nessuno. È stato un periodo difficile per tutti".
La Corte ha anche richiesto la trasmissione degli atti alla Procura nei confronti di Adriana Tommasin, madre di Andrea Favero, accusandola di falsa testimonianza durante il processo.
Secondo l’accusa, Favero avrebbe ucciso Giada dopo che lei, nel marzo del 2024, gli aveva comunicato la decisione di lasciarlo e di annullare le nozze previste per settembre. Si ritiene che l'uomo fosse ancora innamorato di lei e temesse di perdere anche la possibilità di vedere il figlio. Prima di gettarla dal cavalcavia, Favero avrebbe somministrato alla donna una dose di Lormetazepam, un farmaco contro l’insonnia, riducendola in uno stato di incoscienza per poi abusare sessualmente di lei.
Il procuratore Paola Mossa ha spiegato come i flaconi del farmaco siano stati rinvenuti nell’auto, nel camion e nel borsello dell’imputato, fornendo prove importanti per l’impianto accusatorio. Tuttavia, alcuni punti restano controversi.
"Questa accusa non è ancora dimostrata con certezza", ha affermato in aula il legale di Favero, Cesare Vanzetti. Secondo quanto esposto durante la difesa, lo stesso medico legale nominato dalla Procura, Claudio Terranova, avrebbe rilevato benzodiazepine nei capelli e nei liquidi organici della donna senza però poter determinare con certezza se fossero state somministrate in quantità tale da causare grave intossicazione.
In aula, l'accusa ha richiamato l'attenzione sulle confessioni del camionista in merito al delitto. La prima risale al 29 maggio, quando, condotto in Questura davanti agli uomini della Squadra Mobile e all’allora pubblico ministero Giorgio Falcone, confessò di aver commesso l’omicidio. Tuttavia, il 39enne ha sempre sostenuto di essere stato messo sotto pressione e di aver confessato solo per questo motivo. Nonostante ciò, in un secondo momento, avrebbe ripetuto l’ammissione di colpevolezza in carcere, raccontando a un detenuto di aver ucciso Giada gettandola giù da un cavalcavia. Gli avvocati difensori hanno comunque nuovamente contestato questa versione anche durante l'udienza.
Particolarmente d’impatto è stato il richiamo fatto dal procuratore aggiunto a un episodio accaduto durante una festa, in cui Favero avrebbe sollevato una donna più pesante di Giada e l’avrebbe lanciata in piscina. "Giada non si è suicidata: non era una sportiva e non avrebbe potuto scavalcare una barriera alta 70 centimetri – ha dichiarato Mossa – ed è escluso anche un evento accidentale. Giada è stata spinta giù dal cavalcavia da Favero". Su questo punto, però, la difesa ha cercato di minare la ricostruzione dell'accusa. "Giada pesava 65 chili – ha sottolineato l’avvocato Vanzetti – come avrebbe potuto Favero superare la barriera del cavalcavia portando un peso equivalente a sette casse d'acqua? Inoltre, secondo l’accusa, l’avrebbe trascinata anche giù per le scale della casa di Vigonza dal primo piano per caricarla in auto. Si tratta di una tesi che dovrà essere provata. Attendiamo comunque le motivazioni della sentenza, e successivamente presenteremo ricorso in Appello".

