Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Salerno ha disposto il rinvio a giudizio per Concordio Malandrino e altre 23 persone nell’ambito di un’inchiesta su una presunta frode fiscale su larga scala, con un valore stimato di circa 60 milioni di euro come riportato dal quotidiano Il Mattino oggi in edicola.
Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, Malandrino – originario di Agropoli e attualmente residente a Dubai, dove si trova in attesa di estradizione – sarebbe stato tra i promotori dell’organizzazione, insieme ad altri soggetti, tra cui un professionista legale. Il gruppo avrebbe messo a punto una struttura operativa in grado di fornire a numerose imprese la documentazione necessaria per accedere a benefici fiscali legati agli investimenti nel Mezzogiorno, simulando però operazioni economiche mai realizzate.
Nel corso delle indagini preliminari erano già state adottate misure cautelari: per l’imprenditore era stata disposta la custodia in carcere, mentre per altri quattro indagati – Francesco Conte, Antonio De Filippo, Damiano La Torraca e Angelo Raffaele Alfieri – erano stati concessi gli arresti domiciliari. Obbligo di dimora, invece, per Francesca Finizola, Giuseppe Perruolo e Gaetano Perrone.
Diverso l’esito per Gennaro Pisa e Vincenzo Paparo, che hanno scelto il rito abbreviato limitatamente a specifiche contestazioni legate all’elusione delle misure di prevenzione, ottenendo l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”.
L’impianto investigativo, sviluppato dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Salerno, ha delineato un sistema considerato altamente strutturato. Il meccanismo si basava sulla creazione di operazioni economiche fittizie: attraverso l’acquisto e l’impiego di software fondati su tecnologia blockchain, venivano simulati investimenti da parte delle imprese clienti. Tali operazioni consentivano la generazione artificiale di crediti d’imposta, successivamente utilizzati in compensazione fiscale, producendo un vantaggio economico indebito.
Le attività investigative – dalle intercettazioni telefoniche e ambientali all’analisi di documentazione bancaria e contabile, fino agli accertamenti informatici condotti tramite copie forensi dei dispositivi – hanno permesso di ricostruire ruoli e funzioni all’interno del presunto sodalizio. Secondo gli inquirenti, ogni componente avrebbe avuto un compito definito nella gestione e nello sviluppo delle operazioni illecite.
Il procedimento che si aprirà davanti al Tribunale di Salerno dovrà ora accertare la fondatezza delle accuse e le eventuali responsabilità individuali in un’indagine che coinvolge un numero elevato di soggetti e un sistema ritenuto particolarmente sofisticato sotto il profilo tecnico e finanziario.
Maxi frode fiscale da 60 milioni, 24 imputati a processo: al centro l’imprenditore Malandrino
Il provvedimento, firmato dal gup Brigida Cavasino, recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che contesta agli imputati, a vario titolo, associazione per delinquere finalizzata alla creazione e all’utilizzo illecito di crediti d’imposta inesistenti, oltre ai reati di riciclaggio, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. L’inchiesta coinvolge un articolato sistema ritenuto capace di operare su scala nazionale.Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, Malandrino – originario di Agropoli e attualmente residente a Dubai, dove si trova in attesa di estradizione – sarebbe stato tra i promotori dell’organizzazione, insieme ad altri soggetti, tra cui un professionista legale. Il gruppo avrebbe messo a punto una struttura operativa in grado di fornire a numerose imprese la documentazione necessaria per accedere a benefici fiscali legati agli investimenti nel Mezzogiorno, simulando però operazioni economiche mai realizzate.
Nel corso delle indagini preliminari erano già state adottate misure cautelari: per l’imprenditore era stata disposta la custodia in carcere, mentre per altri quattro indagati – Francesco Conte, Antonio De Filippo, Damiano La Torraca e Angelo Raffaele Alfieri – erano stati concessi gli arresti domiciliari. Obbligo di dimora, invece, per Francesca Finizola, Giuseppe Perruolo e Gaetano Perrone.
Diverso l’esito per Gennaro Pisa e Vincenzo Paparo, che hanno scelto il rito abbreviato limitatamente a specifiche contestazioni legate all’elusione delle misure di prevenzione, ottenendo l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”.
L’impianto investigativo, sviluppato dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Salerno, ha delineato un sistema considerato altamente strutturato. Il meccanismo si basava sulla creazione di operazioni economiche fittizie: attraverso l’acquisto e l’impiego di software fondati su tecnologia blockchain, venivano simulati investimenti da parte delle imprese clienti. Tali operazioni consentivano la generazione artificiale di crediti d’imposta, successivamente utilizzati in compensazione fiscale, producendo un vantaggio economico indebito.
Le attività investigative – dalle intercettazioni telefoniche e ambientali all’analisi di documentazione bancaria e contabile, fino agli accertamenti informatici condotti tramite copie forensi dei dispositivi – hanno permesso di ricostruire ruoli e funzioni all’interno del presunto sodalizio. Secondo gli inquirenti, ogni componente avrebbe avuto un compito definito nella gestione e nello sviluppo delle operazioni illecite.
Il procedimento che si aprirà davanti al Tribunale di Salerno dovrà ora accertare la fondatezza delle accuse e le eventuali responsabilità individuali in un’indagine che coinvolge un numero elevato di soggetti e un sistema ritenuto particolarmente sofisticato sotto il profilo tecnico e finanziario.

