Oggi A.M. compie 18 anni. Un traguardo che per qualsiasi ragazza dovrebbe significare libertà, progetti, amici, futuro. Per A.M., giovane di Battipaglia, significa invece raggiungere la maggiore età dopo 21 mesi di coma, assistita giorno e notte dalla sua famiglia.
Attorno al suo letto si combattono però due battaglie. La prima è quella contro una condizione clinica gravissima. La seconda è fatta di richieste, PEC, attese, trasporti sanitari, materiale indispensabile, terapie e risposte che i genitori continuano a chiedere alle istituzioni.
Una battaglia che la famiglia non vuole combattere soltanto per A.. «Ci siamo resi conto che ci sono tante persone nella nostra stessa tragica situazione. Vogliamo farlo anche per loro. Non stiamo chiedendo un favore: parliamo di diritti».
A., dalla vita di una ragazza normale a 21 mesi di coma
Prima che tutto cambiasse, A. aveva la vita di tante adolescenti: scuola, pallavolo, scoutismo, amici. Poi la malattia ha interrotto tutto.
La documentazione sanitaria descrive una giovane oggi non deambulante, portatrice di PEG e tracheostomia, sottoposta a un complesso percorso oncologico e seguita dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
La famiglia ritiene che il gravissimo peggioramento che ha portato A. nelle condizioni attuali sia collegato a quanto avvenuto durante il percorso di terapia sperimentale seguito dalla ragazza. Su questo punto i genitori hanno chiesto che vengano svolti accertamenti medico-legali e giudiziari per stabilire se esista effettivamente un nesso tra il trattamento, gli eventi clinici successivi e le condizioni in cui A. si trova oggi.
La scuola, il punto non era la promozione: «È mancata l’empatia»
La storia di A. aveva già fatto discutere quando alla famiglia era stata comunicata la mancata ammissione alla classe successiva per il superamento del numero massimo di assenze, con le valutazioni indicate come “N.C.”. La ragazza, naturalmente, non poteva frequentare perché in coma.
Ma i genitori vogliono che su questo aspetto non ci siano equivoci. La loro battaglia non era per ottenere una promozione a tutti i costi. Ciò che ha ferito la famiglia è stata soprattutto la modalità con cui la vicenda è stata gestita e quella che i genitori hanno percepito come una mancanza di empatia davanti alla condizione di una ragazza che non aveva scelto di essere assente.
«Il problema non era essere promossa o bocciata. Il problema era ricordarsi che dietro quel nome c’era A., una ragazza in coma. Avremmo voluto sentire vicinanza, sensibilità, umanità».
La vicenda era stata poi trasmessa all’Ufficio scolastico regionale per la Campania dopo l’interessamento del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Materiale sanitario vitale: «Dobbiamo lasciare A. e metterci in fila»
Oggi una delle difficoltà più pesanti riguarda qualcosa di molto concreto: il materiale sanitario indispensabile per assistere A. a casa.
Il 10 luglio 2026 il padre ha chiesto formalmente all’ASL che il materiale necessario venisse consegnato direttamente presso l’abitazione, come succede anche in comuni vicini, come Eboli.
Nella richiesta spiegava che la figlia è allettata e totalmente dipendente dall’assistenza quotidiana e che l’allontanamento del caregiver per recarsi al punto di distribuzione rende particolarmente difficile la gestione della ragazza. Veniva quindi chiesta l’attivazione urgente della consegna domiciliare oppure una soluzione alternativa capace di garantire la continuità della fornitura.
Secondo quanto raccontano i genitori, però, la situazione non si sarebbe risolta.
«Continuiamo a dover andare a ritirare materiale vitale. E non siamo gli unici: ci sono tante persone costrette a fare la stessa fila mentre a casa hanno qualcuno che dipende completamente da loro».
Il 21 luglio il padre riferisce di aver atteso oltre un’ora e trenta minuti negli uffici per il ritiro. Il giorno successivo è partita una diffida e messa in mora nei confronti dell’ASL Salerno – Distretto sanitario di Battipaglia, con la richiesta di predisporre la consegna domiciliare o una diversa modalità organizzativa.
La famiglia riferisce inoltre difficoltà anche nella gestione di altre forniture necessarie all’assistenza, comprese le medicine, chiedendo che venga garantita continuità a tutto ciò che serve quotidianamente ad A..
Il viaggio verso Roma e la risposta dell’ASL sull’ambulanza
Poi c’è il problema forse più difficile da comprendere per chi non vive ogni giorno una condizione simile: portare A. a Roma quando il Bambino Gesù la convoca.
Non si tratta di prendere un’automobile e partire. A. è una paziente estremamente fragile, necessita di assistenza durante il viaggio e i trasferimenti devono avvenire in sicurezza.
La famiglia aveva chiesto all’ASL il trasporto in ambulanza. Una PEC del dicembre 2025 documenta una richiesta relativa proprio a un trasporto in ambulanza per un ricovero programmato al Bambino Gesù.
A quella richiesta è arrivata una risposta.
Nella comunicazione inviata il 30 dicembre 2025, il Distretto sanitario 65 spiegava che non disponeva di ambulanze dedicate, perché i mezzi disponibili erano impegnati nel servizio di emergenza 118. La richiesta era stata quindi inoltrata al presidio ospedaliero di Battipaglia, che avrebbe a sua volta comunicato di non disporre né di un’ambulanza né di personale da destinare al viaggio, essendo i mezzi impegnati nei trasporti dei pazienti ricoverati.
Un'altra comunicazione ufficiale dell’ASL del settembre 2025 indicava inoltre la possibilità di attivare una procedura di trasporto sanitario soltanto per trasferimenti presso strutture regionali.
Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito denunciato dalla famiglia: A. è seguita a Roma e dal Bambino Gesù sono arrivate comunicazioni che indicavano la necessità che la ragazza tornasse proprio in quella struttura.
La domanda del padre è semplice: «Se l’ospedale che segue nostra figlia ci dice che deve andare lì, noi cosa dobbiamo fare? A. non può affrontare un viaggio di questo tipo come una persona qualsiasi».
La famiglia si è rivolta anche alla Procura
La vicenda del materiale sanitario ha portato la famiglia a rivolgersi anche alla Procura della Repubblica, attraverso una PEC, secondo quanto riferito dal padre.
Parallelamente i genitori hanno chiesto che anche l’intera storia sanitaria di A. venga sottoposta ad approfondimento. Sono due piani diversi, ma per la famiglia hanno un denominatore comune: ottenere risposte.
Risposte sul passato, per capire cosa sia accaduto alla figlia. E risposte sul presente, perché assistere A. ogni giorno non diventi una corsa a ostacoli tra sportelli, ambulanze, autorizzazioni e richieste.
«Questa battaglia non è soltanto nostra»
È forse questo il punto che la famiglia vuole far arrivare più lontano.
Quando i genitori sono negli uffici dell’ASL non vedono soltanto la propria storia. Vedono altri padri, altre madri, figli, mariti e mogli che aspettano per ritirare presidi indispensabili. Persone che magari, mentre sono in fila, hanno lasciato a casa qualcuno che non può essere lasciato solo.
Per questo hanno deciso di parlare.
«Noi abbiamo A., ma sappiamo che ci sono tante altre A. e tante altre famiglie. Se riusciamo a cambiare qualcosa, deve cambiare anche per loro».
Oggi A. compie 18 anni. Per la legge è adulta. Ma continuerà ad aver bisogno di qualcuno accanto in ogni momento della giornata.
La sua famiglia non chiede scorciatoie e non chiede privilegi. Chiede che quando un ospedale la convoca esista una soluzione per trasportarla. Che il materiale indispensabile possa arrivare senza costringere chi la assiste ad abbandonare casa per ore. Che le terapie necessarie vengano valutate sulla base delle sue reali condizioni. Che la burocrazia, davanti a una storia del genere, riesca almeno qualche volta a vedere prima la persona e poi la pratica.
Perché dietro un numero di protocollo, una PEC, un certificato medico o una richiesta di ambulanza c’è una ragazza che oggi compie 18 anni.
E il messaggio che i genitori vogliono lasciare è racchiuso in pochissime parole:
«A. respira. A. è qui. A. ha dei diritti. E continueremo a combattere per lei e per tutti quelli che vivono la nostra stessa tragedia».

