Prima le pressioni per convincerlo a spacciare droga, poi la richiesta di versare 500 euro ogni settimana e infine l’incendio di tre automobili come presunta ritorsione. È la sequenza ricostruita dalla Procura di Salerno nell’inchiesta che coinvolge tre uomini della Piana del Sele, accusati a vario titolo di estorsione, tentata estorsione e incendio, con l’aggravante del metodo mafioso. Lo riporta l'edizione odierna de Il Mattino.
Battipaglia, estorsioni e incendio con metodo mafioso: tre arresti | I NOMI
I provvedimenti restrittivi sono stati eseguiti dai Carabinieri della Compagnia di Battipaglia, guidati dal maggiore Samuele Bileti, nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno.
Gli indagati sono Giovanni Barra, 35enne battipagliese già sottoposto agli arresti domiciliari in provincia di Campobasso, Pasquale De Angelis, 48enne ebolitano residente a Battipaglia, e Giuseppe Fasulo, 40enne battipagliese. Le contestazioni riguardano, a vario titolo, estorsione consumata, tentata estorsione e incendio, reati che secondo l’accusa sarebbero stati commessi in concorso e utilizzando modalità mafiose.
Il punto di partenza dell’inchiesta è l’incendio avvenuto nella notte del 4 agosto in via Carmine Turco, a Battipaglia. Le fiamme distrussero completamente tre automobili, una Mercedes, un’Audi e un’Opel, nella disponibilità di un 52enne di Eboli e di un suo familiare convivente.
Quello che inizialmente poteva apparire come un singolo episodio incendiario avrebbe invece rappresentato, secondo la ricostruzione investigativa, l’ultimo passaggio di una serie di intimidazioni iniziate diversi mesi prima.
Le pressioni per lo spaccio
La vittima, gestore di un chiosco, sarebbe stata avvicinata già dal gennaio 2026. Secondo gli investigatori, l’obiettivo iniziale sarebbe stato quello di costringerla a svolgere attività di spaccio di sostanze stupefacenti per conto del gruppo riconducibile agli indagati. Di fronte al rifiuto dell’uomo, la richiesta sarebbe cambiata.
Al 52enne sarebbe stato imposto di versare una somma fissa di 500 euro ogni settimana. Per gli inquirenti si sarebbe trattato di una vera e propria richiesta estorsiva, una sorta di “pizzo” sostitutivo rispetto alla collaborazione nello spaccio che l’uomo aveva rifiutato. La vittima avrebbe consegnato complessivamente 450 euro attraverso tre distinti pagamenti, per poi interrompere definitivamente i versamenti nel mese di giugno. È proprio questa decisione, secondo l’impianto accusatorio, ad aver preceduto la successiva escalation.
L’incendio come presunta ritorsione
Il rogo delle tre vetture sarebbe stato organizzato come risposta al rifiuto della vittima di continuare a pagare. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le direttive sarebbero partite dal 35enne già sottoposto agli arresti domiciliari in provincia di Campobasso, che avrebbe continuato a mantenere contatti con l’esterno e a impartire disposizioni anche attraverso profili social fittizi.
L’esecuzione materiale dell’incendio sarebbe stata invece affidata a uno degli altri soggetti coinvolti. Per gli inquirenti, uno degli uomini avrebbe appiccato materialmente le fiamme dietro la promessa di ricevere cinque grammi di crack.
Le minacce dopo il rogo
L’incendio non avrebbe rappresentato la conclusione delle intimidazioni. Il 7 agosto uno dei presunti complici avrebbe inviato alla vittima un messaggio dal contenuto minaccioso: «Da oggi in poi guardati bene perché all’improvviso arrivo...».
Successivamente sarebbe avvenuto anche uno scontro fisico tra il 52enne e il soggetto indicato come presunto autore materiale dell’incendio. Elementi che, insieme agli altri riscontri acquisiti durante le indagini, hanno contribuito a delineare il quadro accusatorio sul quale sta lavorando la Direzione Distrettuale Antimafia.

