Un giudice del lavoro di Treviso ha annullato il licenziamento di una manager della società Keyline, condannando l’azienda a reintegrare la donna e a corrisponderle un risarcimento di 50mila euro per discriminazione di genere. La sentenza fa riferimento a frasi pronunciate dall’amministratore dell’azienda durante incontri con altri dipendenti, tra cui “non meriti la dirigenza e la posizione, avrei bisogno di un uomo con esperienza” e all’ordine di “fare i caffè” ai partecipanti, motivato dal fatto che fosse donna.
Difesa dagli avvocati Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile, la manager ha visto smontate le accuse: l’uso della carta aziendale era prassi tollerata tra i dirigenti, mentre l’addebito sul magazzino è risultato generico e non provato. Il giudice ha inoltre sottolineato che non sussiste colpa grave che giustifichi il licenziamento di una donna in stato di gravidanza.
Oltre al reintegro, l’azienda dovrà riconoscere gli stipendi arretrati e un danno da stress pari a 1.725 euro. La vicenda evidenzia inoltre un caso analogo riguardante la sorellastra della manager, licenziata nello stesso periodo, un mese dopo la nascita della figlia, che aveva denunciato condotte vessatorie e mobbizzanti già nelle diffide inviate in primavera 2024.
La sentenza del tribunale di Treviso rappresenta un importante precedente sul tema della discriminazione di genere e delle molestie sul lavoro, sottolineando la tutela delle donne in posizione dirigenziale e lo stop ai licenziamenti ingiustificati durante la gravidanza.
“Sei donna, fai il caffè”: azienda condannata
Secondo il tribunale, tali comportamenti, ripetuti nel tempo e avvenuti davanti a colleghi, configurano molestie discriminatorie e dequalificanti. La manager, oltre a subire umiliazioni sul lavoro, aveva ricevuto la lettera di licenziamento nel luglio 2024 mentre era in gravidanza. Un mese prima, l’azienda le aveva contestato l’uso della carta di credito aziendale per spese personali per 5.600 euro e una presunta responsabilità nel sovraccarico del magazzino negli Stati Uniti.Difesa dagli avvocati Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile, la manager ha visto smontate le accuse: l’uso della carta aziendale era prassi tollerata tra i dirigenti, mentre l’addebito sul magazzino è risultato generico e non provato. Il giudice ha inoltre sottolineato che non sussiste colpa grave che giustifichi il licenziamento di una donna in stato di gravidanza.
Oltre al reintegro, l’azienda dovrà riconoscere gli stipendi arretrati e un danno da stress pari a 1.725 euro. La vicenda evidenzia inoltre un caso analogo riguardante la sorellastra della manager, licenziata nello stesso periodo, un mese dopo la nascita della figlia, che aveva denunciato condotte vessatorie e mobbizzanti già nelle diffide inviate in primavera 2024.
La sentenza del tribunale di Treviso rappresenta un importante precedente sul tema della discriminazione di genere e delle molestie sul lavoro, sottolineando la tutela delle donne in posizione dirigenziale e lo stop ai licenziamenti ingiustificati durante la gravidanza.

