Una svolta netta nell’inchiesta sulla bomba esplosa nell’ottobre scorso davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. Valter Lavitola, imprenditore originario di Salerno ed ex giornalista-editore, ha ammesso durante l’interrogatorio di garanzia di essere stato il mandante dell’attentato contro il conduttore di Report. L’interrogatorio, avvenuto nel carcere romano di Rebibbia, è durato oltre cinque ore.
Attentato a Sigfrido Ranucci, Lavitola confessa: «Sono stato io il mandante»
Davanti al giudice, Lavitola ha dunque confermato uno degli elementi centrali dell’impianto accusatorio costruito dalla Procura di Roma: sarebbe stato lui a organizzare l’azione culminata con l’esplosione dell’ordigno davanti alla casa di Ranucci, a Pomezia, il 16 ottobre 2025.
La confessione rappresenta un cambio di scenario rispetto alla posizione assunta precedentemente dall’imprenditore. Nel corso dell’interrogatorio, però, Lavitola ha fornito una propria spiegazione delle ragioni che lo avrebbero spinto a organizzare l’attentato.
«Volevo proteggerlo dalle minacce»
Secondo quanto riferito al termine dell’interrogatorio dal suo avvocato Sergio Cola, Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito con l’intenzione di tutelare l’incolumità del giornalista. La sua versione è che Ranucci fosse esposto a minacce e a possibili aggressioni da parte di soggetti considerati particolarmente pericolosi. L’attentato sarebbe stato quindi concepito, secondo la ricostruzione difensiva, per determinare un rafforzamento delle misure di protezione attorno al conduttore di Report. Una spiegazione che sarà ora necessariamente sottoposta al vaglio degli inquirenti e confrontata con gli elementi già acquisiti nell’indagine.
La bomba esplosa davanti casa del giornalista
L’episodio risale alla notte del 16 ottobre scorso, quando un ordigno fu collocato ed esplose nei pressi dell’abitazione di Ranucci a Campo Ascolano, nel territorio di Pomezia. L’attentato non provocò vittime, ma portò ad avviare un’inchiesta che nei mesi successivi ha portato gli investigatori a ricostruire presunti ruoli e responsabilità nell’organizzazione dell’azione.
L’inchiesta della Procura di Roma prosegue
La confessione di Lavitola non chiude l’indagine. La Procura dovrà verificare le dichiarazioni rese durante le oltre cinque ore di interrogatorio e confrontarle con il materiale investigativo già raccolto. I pm della Dda contestano inoltre a Lavitola l’aggravante del metodo mafioso. Resta inoltre aperto il capitolo relativo agli altri soggetti indicati dagli investigatori nella catena che avrebbe portato alla realizzazione materiale dell’attentato.
Proprio le ragioni dell’attentato rappresentano adesso uno degli aspetti più delicati da approfondire. Lavitola sostiene di aver voluto creare le condizioni per aumentare la protezione attorno a Ranucci. L’ipotesi investigativa emersa precedentemente, invece, aveva collegato l’azione anche alla volontà di accrescere la popolarità del giornalista. Due letture che dovranno essere valutate alla luce delle prove raccolte e delle ulteriori attività investigative.

